Sul settore orientale del Monte Poro – in corrispondenza del graben della Valle del Mesima – sorge Mileto, antica capitale normanna. 

“Divenuta reggia gloriosa dei Normanni (Mileto) non si tenne indietro a qualunque altra città metropoli. Qui, infatti, correvano i popoli vassalli per compimento della giustizia politica; da qui si spedivano, Ministri sia di politica che di guerra. Qui correvano le ambascerie dei principi forestieri, qui si solenizzavano gli sponsali del conte e delle figliuole; qui occorse la nascita di tanti principi, singolarmente di Ruggero II che poi divenne il primo Re di Napoli e di Sicilia” (G. Fiore).

Mileto Antica

Su di una collina poco distante dall’odierna cittadina del vibonese, si trova il Parco Archeologico di Mileto Antica. 

Il sito, unico parco archeologico medievale della Calabria, ospita i resti di uno dei centri feudali più importanti di tutta la regione.

Il punto in cui sorge è prettamente strategico; infatti, la sua posizione è a presidio del passaggio di un’importante via di comunicazione in epoca romana: la via consolare Annia Popilia. Essa univa Reggio al nord della Calabria ed al resto della penisola italiana.

Pesantemente danneggiata dai terremoti del 1638 e 1659 fu completamente rasa al suolo dal sisma del 5 Febbraio 1783 e successivamente abbandonata. 

ph. Fabio Lico

ph. Fabio Lico

Di seguito una breve cronistoria di Mileto, partendo da quando la città si affacciò alla storia durante la dominazione Normanna in Calabria. 

  • Nel 1056 Roberto il Guiscardo spediva, a debellare la Calabria, il ventiseienne fratello Ruggero, il quale, posto il campo sul colle di Monteleone, iniziava una guerriglia vittoriosa, con feroci devastazioni ed avidi saccheggi.

  • Nel 1058 i due fratelli si dividono la Calabria e Ruggero viene investito del Castello e titolo comitale di Mileto. Sorgendo la cittadina su un declivio poco accessibile, dominante i golfi di S.Eufemia e Gioia Tauro, alla confluenza dei torrenti Scatopleto e Perrera, ricoperto da colli e, pertanto, resa invisibile dalla parte del mare, offriva una invidiabile posizione di difesa alle incursioni barbaresche. Da una parte, la vicina insenatura del fiume Mesima agevolava le comunicazioni con la spiaggia del Tirreno e la Sicilia. Dall’altra, la pianura del Poro e la via Popilia consentivano facili contatti con il resto della Calabria e con i paesi del regno.

  • Nel 1062, il Conte Ruggero, dovendo sposare Delizia, ritiene misero come dote il Castello di Mileto e chiede in modo perentorio al fratello il possesso di metà della Calabria, come era stato pattuito nell’accordo del 1058. Roberto, in risposta, assedia Mileto e nello scontro viene ucciso Arnoldo, fratello di Delizia, per la qual cosa, il conte Ruggero, ardente di sdegno, onde stornare il pericolo alla città di Mileto, occupa con cento dei suoi la Rocca di Gerace e catturato il fratello Roberto ivi accorso, generosamente gli salva la vita chiedendo ed ottenendo soltanto ciò che gli spettava.Veniva così costituita la Provincia Miletana che abbracciava metà Calabria, quota della quale il Conte era stato regolarmente investito. 

  • Divenuta, allora, Mileto Capitale e sede della sua famiglia, Ruggero l’abbellì, costruendovi nel 1063 l’Abbazia della SS.Trinità, la Cattedrale e l’Episcopio e la fortificò con il castello.

  • Nel 1072 Ruggero vi fondò la zecca, coniando - a memoria degli assedi vittoriosi di Palermo e Capua – due monete auree. Altresì nobilitò la capitale normanna, facendovi trasferire la sede vescovile dalla distrutta Bivona.

  • In tal modo, Mileto divenne una delle più estese diocesi d’Italia con la sanzione ufficiale, nel 1080, di Gregorio VII.

    Dipinto di RUGGERO II (casa Naccari - Mileto)

    Dipinto di RUGGERO II (casa Naccari – Mileto)

Durante la permanenza del Conte Ruggero, Mileto fu il centro della vita politica e amministrativa del regno in cui affluivano le più eminenti personalità della politica, della religione e della cultura e si risolvevano i problemi più importanti dell’Italia meridionale.

Ebbe il fasto di una capitale e i suoi abitanti poterono assistere a solenni ingressi di pontefici, di dominanti, di santi, e di guerrieri. Il Conte Ruggero, dopo l’espugnazione di Capua, per riposarsi dalle fatiche della guerra, ritornò a Mileto ove trascorse la vecchiaia, fino all’età di 70 anni. Nel 1101 il conte normanno chiuse la sua esistenza terrena e fu seppellito nell’Abbazia della SS. Trinità.

Gli succedette Simeone e, quattro anni dopo, Ruggero II, il quale nell’anno 1130 trasferì la capitale a Palermo dove venne incoronato re.

Dal momento che i Normanni trasferirono la loro residenza in Sicilia, Mileto perse il fasto di una capitale rimanendo soltanto un’importante sede vescovile. 
Col passare del tempo Mileto, che nel periodo aureo aveva annoverato fino a quindicimila anime, vedeva sempre più assottigliarsi la sua popolazione, travagliata dai movimenti tellurici del 1170, 1184, 1624, 1638, 1659, 1693, 1723, 1743, fu rasa al suolo dal terremoto del 1783.

Mileto Antica - ph. Fabio Lico

Mileto Antica – ph. Fabio Lico

Così scrive, nel 1836, il viaggiatore Henry Gally Knight.

Il sito è romantico: un crinale di terra fra due gole, sul cui fondo scorrono due fiumiciattoli. A est si vedono Appennini azzurri; e, da un’apertura tra le colline a sud, si scorge in lontananza il mare, che si estende fino al Faro di Messina. Su questo crinale, e giù lungo il suo seno, si ergeva l’antica Mileto, in una collocazione più forte che conveniente, proprio come si era soliti preferire nel Medioevo. Ben poco ne rimane oggi, a parte fondamenta e pietre sparse.

Ci recammo anzitutto alle rovine dell’Abbazia della Ss. Trinità, che sorgeva su un picco isolato, fuori le mura v della città. Qui nulla rimane se non una piccola porzione delle pareti su ambo i lati – abbastanza da mostrarne le ampie dimensioni, e la forma a croce latina della pianta. Le mura erano molto spesse, fatte di pietre e coperte di massi squadrati in file regolari. Il piano era disseminato di frammenti; pezzi di colonne di marmo, cornici, architravi, i quali provavano inconfutabilmente che per costruire questa chiesa erano stati utilizzati i materiali provenienti da antichi edifici romani. Erano in parte stati sottratti, come ci disse il Tesoriere, al tempio di Proserpina che pare si trovasse a Hipponium, ora San Leone; e l’altra parte egli ha ragione di credere provenga dal tempio di Cibele sorto un tempo sulla piana di Messiano.

Per questo la chiesa dev’essere stata costruita in conformità con lo stile romano – uno stile da cui i Normanni non sembrano mai aver preso le distanze in Puglia e Calabria. In questa chiesa, fino al momento della sua distruzione totale nel 1783, rimasero due sarcofagi romani, conosciuti fra la popolazione come le tombe del conte Ruggero e della prima moglie, Eremburga.

Si dice che il conte Ruggero sia stato seppellito nella Chiesa della Ss. Trinità; e visto che in epoca tarda era costume utilizzare sarcofagi antichi come sepolcri di persone distinte, non è da escludere che la tradizione corrisponda a verità. Questi sarcofagi esistono ancora. Il più piccolo, che è decorato con la battaglia delle Amazzoni, e il coperchio del più piccolo, sono stati trasportati nella nuova Mileto, dove sono abbandonati all’aria aperta, esposti a ogni ingiuria. Il sarcofago più grande era troppo pesante per essere trasportato, e rimane nella vigna che ora circonda le rovine dell’abbazia. Questo sarcofago è da sempre noto per essere la tomba del conte Ruggero.

Dall’abbazia procedemmo verso il sito della città, la gran parte del quale è ora terreno coltivato. Il Tesoriere ci mostrò il promontorio su cui si ergeva la cappella di San Martino, anch’essa costruita dal Conte, e in cui fu sepolto uno dei suoi figli. Camminammo verso le rovine di quello che, in tempi più recenti, è stato il palazzo del vescovo, ma era originariamente il castello del Conte. Accanto a esso sorgeva la cattedrale.

Di quest’ultima non è rimasto nulla, mentre del primo vi sono solo fondamenta, con qualche arco rotondo ancora visibile. Queste sono le sole vestigia ancora esistenti della residenza dell’illustre normanno; ma val sempre la pena accertarsi di persona che non sia rimasto nulla, ed è sempre una soddisfazione vagare tra gli scenari coi quali la memoria di un grand’uomo è associata.

ph. Fabio Lico

ph. Fabio Lico

Si ringrazia il Prof. Agostino Gennaro per il preziosissimo contributo testuale.